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Contagiata: vuole 5 miliardi AREZZO
02-01-2003 Mille centilitri di plasma, di globuli rossi, due volte alla settimana. Per anni, per decenni. Chissà qual'è stata, e quando, la maledetta, infinitesima, goccia che in un fiume tanto impetuoso di sangue ha contagiato, stando almeno alle perizie dei medici, una ragazza di 25 anni. Ora lei è sieropositiva, sieropositiva al virus dell'epatite C, la peggiore forma della malattia. Una vita rovinata, una vita rovinata proprio quando dovrebbe essere più bella, più ricca di affetti, di passioni, di lavoro. E per quest'esistenza devastata così, nella frazione di secondo che basta perché la goccia passi dalla sacca del sangue alla vena, la giovane chiede adesso cinque miliardi di risarcimento al ministero della sanità. Sì, è strana la sorte. Strana e maligna. C'è chi l'affronta senza un patema per una vita intera e chi ce l'ha subito contro, alla prima occasione. Come la nostra venticinquenne (è nata nel 1977) che non solo ha alle spalle una situazione familiare tragica, ma ad appena un anno ha dovuto cominciare la sua lotta contro il male. Un male che si chiamava talassemia, volgarmente anemia mediterranea. Non c'è cura, solo trasfusioni a vita per stabilizzare la situazione, evitare il peggio. Ed è così che la bambina del 1978 impara a conoscere l'ospedale: due o tre volte la settimana per ricevere quei globuli rossi senza i quali morirebbe. Passano gli anni, la piccola diventa un'adolescente. Sono i tempi dell'Aids, i tempi in cui si scopre che le trasfusioni non sono sicure, i tempi nei quali si impongono precise regole di sicurezza per evitare contagi da sangue infetto. Ahinoi, per la giovane non basta: nel 1995, a 18 anni, cominciano i sintomi di sofferenza epatica, nel 1997 la diagnosi terribile: sieropositiva all'epatite C, col rischio costante che la malattia degeneri in cirrosi epatica e abbia conseguenze letali. E' una condanna l'epatite C, una condanna alla morte civile: la venticinquenne di adesso non può avere una normale vita di relazione, il sesso è una sofferenza costante perché bisogna informare il partner del rischio di contagio, persino il lavoro è possibile solo se è sedentario, a un tavolino. Tanto che nel 2001 la giovane viene riconosciuta invalida al cento per cento. Intanto, però, lei ha cercato di capire qual è l'origine del suo male. Perché il sospetto è che sia una conseguenza delle trasfusioni. Come conferma, infatti, nel 2000 la commissione di medicina legale dell'ospedale militare di Firenze. E allora la ragazza si rivolge a uno studio legale aretino: gli avvocati esaminano il caso, controllano la giurisprudenza e si convincono che ci sono gli spazi per un'azione legale nei confronti del ministero della sanità. La citazione partirà nei prossimi giorni: la richiesta, appunto, è di un risarcimento danni da 5 miliardi. Ma nell'attesa la giovane ha bisogno di lavorare. Perché la famiglia non può mantenerla. Può svolgere qualsiasi tipo di attività sedentaria, a una scrivania, a un centralino, in una portineria. Basta chiamare «La Nazione», allo 0575 299.821. Qualcuno vuol darle una mano? di Salvatore Mannino http://lanazione.quotidiano.net/chan/3/4:4010141:/2003/01/02 |
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