
Ricerca Usa

evidenzia il meccanismo che consente l’impianto
nel corpo materno e l’avvio
concreto della gravidanza Scoperto il collante tra embrione e utero
di CLAUDIA DI GIORGIO
E’ una proteina il “collante” segreto che permette
all’embrione di aderire alle pareti
dell’utero materno, costruendo così il primo legame tra la madre e
il bambino.
Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori dell’università
di California a San Francisco
diretto dalla dottoressa Susan Fisher, dai cui studi potrebbero
derivare importantissime
conseguenze per la lotta contro l’infertilità. Quasi i tre quarti
delle gravidanze che non
riescono a superare la ventesima settimana devono infatti il loro
fallimento proprio al mancato
impianto dell’embrione nell’utero.
Ma oltre a rappresentare una concreta speranza per
migliorare i risultati degli interventi di fecondazione assistita (il cui
tasso di successi si aggira attualmente intorno al 40 percento), la ricerca di
Susan Fisher e colleghi, pubblicata sul numero di oggi della rivista americana
Science, getta nuova luce su una delle fasi più critiche ed
affascinanti della vita dell’embrione. L’impianto nell’utero si verifica
circa sei giorni dopo il concepimento, quando le cellule si sono moltiplicate
fino ad arrivare allo stadio di blastocisti, una sfera di 64 cellule composta
da uno strato esterno da cui si formeranno la placenta e gli altri
tessuti (come l’amnio o il
cordone ombelicale) necessari al feto durante la vita nell’utero, ed
una massa di cellule
interne, da cui si svilupperanno praticamente tutti gli
altri tipi di cellule del corpo umano.
Una sfera piccolissima, che vaga all’interno dell’utero,
rotolando tra le sue pareti “come una
palla da tennis su una superficie ricoperta di sciroppo,” spiega
Susan Fisher.
Ed è proprio durante questa fase di fluttuazione che tra
l’embrione e l’utero materno inizia
una sorta di “conversazione”. Lo strato esterno della blastocisti
emette una proteina chiamata
L-selectina. L’utero, a sua volta, comincia a produrre
quantità più elevate di carboidrati,
che interagiscono con la proteina creando una condizione di
vischiosità. L’embrione comincia
quindi a staccarsi e riattaccarsi continuamente all’utero,
rallentando via via la sua “corsa”,
fino al momento in cui si ferma del tutto, aderisce alla parete uterina
e dà il via al processo
di annidamento, che si completa quando inizia a ricevere l’alimentazione
dal sangue materno
attraverso la placenta.
Si tratta di un passaggio cruciale dello sviluppo dell’embrione.
Molti biologi sostengono
addirittura che è possibile parlare di embrione in senso stretto solo
dopo che è avvenuto
l’impianto, quando è esclusa anche la possibilità che la
blastocisti si suddivida, dando
origine a dei gemelli. E si tratta di un passaggio finora poco
conosciuto, tant’è vero che la
causa di gran parte dei disturbi dell’impianto embrionale fino ad ora
è rimasta ignota.
Secondo il gruppo della Fisher, tuttavia, il meccanismo
usato dall’embrione non è unico
nell’organismo umano. Lo stesso tipo di “conversazione molecolare”
viene utilizzato dal sistema
immunitario, dove la L-selectina, assieme ad altre proteine, serve a
far aderire i linfociti
alle zone colpite da un’infiammazione.
(17 gennaio 2003)