Condannati tre primari bolognesi per la morte di una donna Vietata la prassi dei consulti telefonici tra medici di diversi reparti ospedalieri

Il Gazzettino Mercoledì, 5 Marzo 2003

CASSAZIONE 

ROMA - La Cassazione mette al bando la prassi delle «consulenze telefoniche» adottata dai medici in alcuni reparti ospedalieri per chiedere un consulto specialistico, ad altri luminari, sulla salute dei pazienti affidati alle loro cure. Inoltre, i supremi giudici avvertono i primari che non devono badare a spese per effettuare gli accertamenti diagnostici relativi ai casi clinici di più difficile soluzione. Così, per aver fatto ricorso alla diagnosi via telefono, Piazza Cavour ha confermato la colpevolezza di tre primari del policlinico Sant'Orsola di Bologna per aver trattato «in modo negligente e imprudente» il ricovero di una donna non curata tempestivamente dopo un parto cesareo e numerosi episodi di sanguinamento. La signora era stata ricoverata per minaccia di parto prematuro il 29 febbraio del '96 e il 5 marzo era avvenuto il parto gemellare con taglio cesareo. Nella stessa giornata era comparso un ematoma, che era stato rimosso con un altro intervento. L'8 marzo compariva un altro ematoma e la donna veniva dimessa il 15 marzo. Il 16 veniva nuovamente ricoverata con forti dolori addominali e sanguinamento. Nella notte tra il 19 e il 20 marzo la puerpera venne di nuovo operata e solo il 21 marzo vennero eseguiti esami specifici che evidenziavano una sindrome da emofilia acquisita e smentivano la diagnosi di sindrome Lac (fattore inibente la coagulazione a causa della presenza di fosfolipidi). Alla paziente erano state somministrate le cure per la diagnosi di Lac, effettuata con una consulenza telefonica senza che lo specialista la visitasse e venisse informato degli interventi già subiti e gli esami approfonditi erano stati disposti solo quando ormai era troppo tardi, mentre se fossero stati disposti prima avrebbe potuto salvarsi dalla morte.

 

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