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UNA TEORIA E UNA CURA RIVOLUZIONARIE
l dolore che non c'è Continuiamo a sentirlo anche quando la causa è scomparsa. Perché non ha solo un'origine locale. Ma dipende da come il cervello elabora emozioni e ricordi. Così l'autorevole "Lancet" apre la strada a nuovi farmaci di Elisa Manacorda Tutto può cominciare con un semplice intervento chirurgico, o con una banale tonsillite. Poi, passato qualche mese di convalescenza, comincia il dolore. Acuto e intermittente, oppure piÙ sordo ma insistente, continuo, di quelli che non lasciano tregua neanche di notte. Soprattutto, un dolore senza alcuna causa apparente. Le analisi cliniche confermano che è tutto a posto. Ma il dolore continua e impedisce di vivere una vita normale. Il malato non si dà pace, e far cessare quel dolore diventa la sua unica ragione di vita. Invano, perché gli analgesici tradizionali non funzionano. Siamo di fronte al cosiddetto dolore benigno, quello cioè non provocato da un fatto meccanico e le cui cause restano sconosciute, un fenomeno estremamente frequente. Qualcuno giura che negli Stati Uniti siano in aumento, anzi, che si stia assistendo a una nuova, inquietante epidemia: dall'altra parte dell'oceano il mal di schiena cronico è al secondo posto, subito dopo il raffreddore, tra le cause di giornate di lavoro perse. I medici hanno a che fare con un numero crescente di dolori: torcicollo, mal di testa, mal di denti, sciatica, e ancora dolore alle mani, alle gambe, dolore diffuso per tutto il corpo. Ma quasi mai questo male ha a che fare con cause organiche: non c'è lesione, non c'è frattura, non c'è niente di niente. In Italia, tra le donne, un mal di schiena su tre è di origine psicogena, cioè quasi completamente privo di cause meccaniche. Insomma, nessuno è ancora riuscito a trovare una spiegazione plausibile di questo fenomeno. Nessuno tranne Ronald Melzack e John Loeser, il primo psicologo alla McGill University di Montréal, il secondo neurofisiologo all'Università di Washington a Seattle. Che dalle pagine dell'autorevole "The Lancet", descrivono la loro nuova teoria: l'origine di questi dolori inspiegabili non va cercata in una specifica lesione subita dall'organismo, o in una malattia. Ma nel cervello. Perché a giocare un ruolo fondamentale nella percezione del dolore sono anche i fattori psicologici, come le emozioni o i ricordi, e quelli ambientali, come lo stress, l'ansia, la depressione, l'insoddisfazione sul lavoro. E ancora: il dolore è un'esperienza soggettiva, che varia con l'età, con il sesso, con la professione. E con l'allenamento. «Anche l'esercizio può in qualche modo modificare la percezione del dolore: chi è in grado di camminare sui carboni ardenti ha certamente sviluppato un sistema per inibire la trasmissione dei segnali dolorosi dalla periferia verso il cervello», commenta Stefano Ischia, direttore del dipartimento di scienze anestesiologiche dell'Università di Verona. E allora, come la ginnastica in palestra sviluppa i muscoli di braccia e gambe, così una ginnastica mentale (yoga, training autogeno, terapie cognitivo-comportamentali) può aiutare a combattere un tormento dalle cause sconosciute. In futuro, insomma, per combattere il dolore non ci si potrà più accontentare di somministrare analgesici sempre più potenti, o di bloccare in qualche modo le vie del dolore, quei fasci nervosi che trasportano i segnali chimici dal luogo della lesione verso il cervello. Bisognerà tenere conto anche di quello che accade nella testa del malato, nella sua vita privata e in quella sociale. Sino a oggi, la scienza ha interpretato il dolore come un semplice campanello d'allarme, un segnale che indica un problema da risolvere quanto prima: una ferita, una contusione, una malattia. Secondo questa teoria, la sensazione di dolore è un messaggio chimico che parte dal luogo dell'aggressione, viaggia attraverso i nervi che collegano la pelle, i muscoli e gli organi interni al midollo spinale, e di qui passa al talamo, una regione del cervello considerata una sorta di centralina dei segnali di dolore. Dal talamo, il messaggio viene inviato alla corteccia cerebrale, che lo elabora. E l'individuo lo percepisce. In realtà, spiegano Melzack e Loeser, il dolore è un processo molto più complesso. La capacità di percepirlo è molto variabile, e può cambiare nel tempo. Questo significa che il sistema nervoso centrale (cervello e midollo spinale) può subire delle modificazioni, e cambiare il modo in cui un individuo sente il male. I due spiegano questo fenomeno con la teoria della «neuromatrice»: una rete di neuroni che genera una immagine mentale del corpo sulla quale il cervello proietta il segnale di dolore. Questo segnale viene poi modulato dall'arrivo di altre sensazioni: secrezioni ormonali, informazioni provenienti dalle altre aree del sistema nervoso centrale e che riflettono le emozioni e lo stato d'animo dell'individuo. A partire da questi dati, la neuromatrice genera un modello di segnali che determina l'intensità della sensazione dolorosa che si prova in seguito ad una lesione o quant'altro. Questo modello, sostengono Melzack e Loeser, è in grado di spiegare perché ogni individuo sente dolore in modo diverso. «Poiché il cervello è una struttura plastica che viene modificata dalle esperienze, soprattutto nei primi anni di vita, è possibile che lo stesso cervello sia in grado di alterare il modo in cui i segnali di dolore vengono elaborati, in modo da ridurre al minimo il loro impatto», scrivono su "The Lancet". Ma anche altri fattori esterni come stress, ansia, depressione potrebbero in qualche modo intervenire sulla neuromatrice e amplificare la percezione del dolore. In secondo luogo, il modello proposto dai due studiosi spiegherebbe perché un individuo che ha perduto un braccio o una gamba continua a sentire dolore anche al posto dell'arto amputato: questa sensazione sarebbe provocata proprio dall'immagine mentale dell'arto mancante, che continua ad esistere nella neuromatrice anche quando il braccio o la gamba non ci sono più. «È come se il messaggio di dolore lasciasse una traccia indelebile sul sistema nervoso centrale, in modo da renderlo sensibile anche quando lo stimolo è cessato», spiega Fabio Formaglio, del centro di Medicina del dolore del San Raffaele di Milano. Il fenomeno, continua l'esperto, è molto simile a quello che ci permette di ricordare con precisione un evento a distanza di anni. «E infatti, il processo di memoria sfrutta gli stessi mediatori chimici: tant'è vero che i farmaci studiati per migliorare la memoria nelle malattie degenerative, come l'Alzheimer, in genere favoriscono anche la comparsa di dolore cronico», continua Formaglio. La nuova parola d'ordine, insomma, è «intervenire sul cervello». Magari con l'ausilio delle nuove tecniche diagnostiche, come la Pet (la tomografia ad emissione di positroni) o la risonanza magnetica nucleare. Al New York's Health Science Center di Syracuse, per esempio, Vania Apkarian si serve di questi strumenti per osservare direttamente quello che avviene a livello neuronale: in un esperimento condotto su 14 persone, Apkarian è riuscito ad individuare le diverse aree della corteccia cerebrale che si attivavano quando il paziente provava dolore ad una mano, ai muscoli della schiena, ai tessuti nervosi. Una volta individuata l'area, si può anche ricorrere alla sala operatoria. Al John's Hopkins Hospital di Baltimora, il neurochirurgo Frederick Lenz conduce interventi direttamente sul talamo: «Cauterizzando con un piccolo intervento in anestesia locale uno specifico gruppo di neuroni», dice Lenz, «è possibile interrompere l'elaborazione dei segnali e dunque arrestare il dolore». Ma quella chirurgica non è l'unica strada praticabile. Anzi, gli interessi economici sono tutti puntati sul settore farmacologico: in Italia, gli analgesici sono al terzo posto nella classifica dei farmaci più venduti, con il 13,2 per cento della quota di mercato; negli Stati Uniti, gli americani spendono quasi tre miliardi di dollari l'anno in analgesici da banco, cui vanno aggiunti altri 750 milioni di dollari per quelli su prescrizione. Il giro d'affari mondiale degli antidolorifici, pari a poco meno di 8 miliardi di dollari, fa gola a molti. E la posta è alta: gli esperti del Credit Suisse First Boston Corp. prevedono che entro il 2001 il mercato degli analgesici è destinato ad aumentare di un altro miliardo e mezzo di dollari. «Parliamoci chiaro», concludono gli esperti dei National Institutes of Health, «la prima industria che immetterà sul mercato un farmaco contro il dolore cronico farà affari d'oro». Ecco allora i ricercatori lavorare alacremente nei laboratori alla ricerca del sacro Graal: un analgesico potente quanto la morfina, ma privo dei suoi effetti collaterali, e che scongiuri il rischio di dipendenza. «La ricerca ha spostato la sua attenzione da quello che accade nella periferia dell'organismo a quello che avviene al centro: e dunque si stanno sperimentando farmaci che agiscono a livello del midollo spinale e sul sistema nervoso centrale», spiega Formaglio. In Italia, per esempio, il prossimo anno partirà un trial clinico sulla conotoxina (vedere scheda in questa pagina), una molecola in grado di bloccare i segnali chimici del dolore penetrando nel midollo spinale. Promettenti sono anche gli studi sulla Abt-594, una sostanza estratta dalla pelle della rana dell'Ecuador, l'Epibpedobates tricolor, che sembra essere cinquanta volte più potente della morfina. Altri sono invece concentrati sullo studio dei cosiddetti antagonisti degli Nmda, una classe di farmaci che agiscono direttamente a livello neuronale. Un approccio più radicale è poi quello seguito dalla CytoTherapeutics di Lincoln, nel Rhode Islands, che sta cercando di trapiantare cellule di ghiandole surrenali bovine nel midollo spinale di pazienti umani, in modo da produrre sostanze analgesiche naturali. Nuovi farmaci, allora, ma non solo. Soltanto quando sapremo intervenire direttamente sui programmi di modulazione del dolore iscritti nel cervello, concludono Melzack e Loeser, con molecole sempre più potenti, ma senza dimenticare i motivi psicologici e ambientali che ne hanno provocato la comparsa, riusciremo a liberarci definitivamente dal dolore. 14.10.1999 |
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