Un vaccino anti-Aids già sperimentato sull’uomo, con potenzialità sia preventive sia curative. È “fratello” di quello anti- Tat messo a punto dall’Istituto superiore di sanità e studiato sulle scimmie dall’équipe di Barbara Ensoli. Ma, a differenza di questo, «ha già superato le fase cliniche I (sicurezza e tollerabilità) e II (possibilità e modalità di somministrazione) su 19 volontari sani e 34 pazienti sieropositivi, è pronto per la fase III ed è più sicuro». Ad annunciarlo i medici del Centro di emofilia e trombosi del Policlinico di Milano.
Le due versioni del vaccino anti- Aids hanno un’origine comune (nascono entrambe dalla collaborazione con Robert Gallo dell’università di Baltimora e Daniel Zagury dell’università di Parigi) e si basano sullo stesso principio: «L’aver compreso - ha spiegato il responsabile dell’unità clinica di emofilia e malattie emorragiche del centro milanese, Alessandro Gringeri - che l’Hiv paralizza le cellule del sistema immunitario, pur non infettandole direttamente, attraverso la proteina Tat». Questa, «una volta liberata dal virus, funziona da potentissimo ‘veleno’ per tutte le cellule circostanti». Ed è qui che le strade romana e milanese iniziano a dividersi.
«La dottoressa Ensoli - afferma Gringeri - sta cercando, attraverso la proteina Tat attiva (più potente, ma anche più tossica) di attaccare la Tat dell’Hiv quando questa è già entrata nelle cellule immunitarie, mentre noi, come Gallo e Zagury, utilizziamo la proteina Tat inattivata (più sicura) per sviluppare anticorpi che blocchino la Tat virale prima che sia entrata nelle cellule bersaglio». Sta di fatto, osserva Pier Mannuccio Mannucci, direttore del Centro di emofilia e trombosi dell’Ospedale Maggiore, che mentre gli studi romani sull’uomo «devono ancora partire», quelli milanesi «sono già a buon punto».
 

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