Contagiati per un giro di tangenti

Le prime indagini nel 1994

di PIERFRANCESCO FEDRIZZI

 Repubblica: 26.11.1999  

TRENTO - L'inchiesta sul sangue infetto ha origini lontane. Tutto comincia nel maggio del 1994 quando l'ex giudice Carlo Palermo presenta un esposto alla Procura presso il Tribunale di Trento contro il "sistema di raccolta del sangue donato dalle associazioni e destinato ai gruppi industriali per la produzione di farmaci emoderivati". Palermo accusa: le società di intermediazione nel settore del plasma, tra i centri trasfusionali e le industrie, sono scatole vuote che nascondono operazioni in nero e pagamento di tangenti. L'indagine parte con obiettivi che sembrano limitati: una storia di tangenti come tante altre di malasanità, tra un imprenditore romano e uno stimato primario trentino. Ma quell'inchiesta è destinata ad aprire ai magistrati Francantonio Granero e Bruno Giardina una finestra su una delle pagine più nere della sanità italiana: il contagio dei virus dell' Aids e delle epatiti B e C da parte di migliaia di pazienti emofilici.

Tra gli indagati figurano il primario del Centro trentino, Michele Rubertelli e il titolare della Copla di Santa Marinella (Roma), Alessandro Corallo. I magistrati contestano i reati di corruzione, tentata truffa e abuso d'ufficio: i pagamenti del sangue donato avvenivano attraverso rapporti e interscambi con le "ditte del sangue" al di là e al di fuori delle regole di trasparenza e di buona amministrazione. Stracciata dalla maxi- inchiesta sul sangue infetto, la vicenda Rubertelli e Corallo si è conclusa negli scorsi mesi con una sentenza di "non luogo a procedere" per prescrizione dei reati.

I magistrati indagano sui rapporti tra la Copla e il gruppo Marcucci, che in Italia, in regime di monopolio, lavora il plasma in emoderivati. La svolta arriva nel giugno 1995. Durante una telefonata, intercettata, Corallo, titolare della Copla, si lamenta con un dipendente: "Nella cella di Padova c'è assieme al mio sangue anche della robaccia che dev'essere portata via subito". La procura decide il sequestro delle celle di Padova: i finanzieri trovano 60 chili di plasma. Di questi 36 mila raccolti dalla Copla, provengono da regioni italiane (Friuli, Umbria, Toscana e Puglia), altri 24 mila, risultano di proprietà della società off-shore Padmore (con sede nelle isole Vergini) e arrivano soprattutto dai Paesi dell'Est, Polonia e Romania in particolare. Il secondo stock è privo dei documenti sanitari indispensabili per la lavorazione e la trasformazione del plasma in emoderivati in Italia. L'affitto delle celle, dai 7 ai 10 milioni mensili, è pagato dalla Sclavo, società del gruppo Marcucci. La perizia sul sangue sequestrato è affidata al professor Roberto Verna: su 789 campioni di materiale sequestrato vengono svolte 3500 analisi. Il risultato evidenzia che 29 campioni risultano positivi al genoma del virus Hcv (epatite C), Hiv (Aids) e Hbv (epatite B): "Infettanti non sono solo i campioni esteri ma anche quelli dei centri trasfusionali italiani". Intanto cresce il numero degli indagati che arriva a 35, tra loro c' è l'intero vertice del gruppo Marcucci e l'ex direttore generale del ministero della Sanità Duilio Poggiolini.

 

 

Repubblica: 26.11.1999

Quei 400 uccisi dal sangue infetto

Manager e medici sotto accusa. Alcuni rischiano l'ergastolo

Trento, inchiesta conclusa: responsabilità precise per la morte degli emofilici. "Tentata epidemia dolosa"

dal nostro inviato ENRICO BONERANDI

TRENTO - Contagiati dall'epatite C e preda del virus Hiv, che ne ha uccisi più di 400. Una strage durata per anni, un tiro a segno che colpiva nel mucchio e spesso non lasciava scampo. Unica responsabile sembrava essere la natura stessa della malattia che, costringendo gli emofilici a trasfusioni di sangue e all'impiego di emoderivati, li esponeva a ogni rischio. Invece c'erano colpe precise: per incuria, sottovalutazione dei pericoli, inesistenza dei controlli, con un sospetto giro di mazzette sullo sfondo. A queste conclusioni è giunta un'inchiesta che dovrebbe portare nel giro di un paio di mesi gli inquirenti a chiedere il rinvio a giudizio per "epidemia colposa" di una trentina di persone: funzionari pubblici, tra cui facce note della Malasanità come Duilio Poggiolini, proprietari e dirigenti dell'azienda di emoderivati che agiva in Italia in regime di quasi monopolio, il gruppo Marcucci, responsabili di multinazionali del settore e primari di centri trasfusionali. E c'è di più: in alcuni casi - come quello di Guelfo Marcucci, presidente dell'omonimo gruppo - il reato ipotizzato è anche quello di "tentata epidemia dolosa". Un'accusa da ergastolo.

Sul territorio inesplorato di questa "strage degli innocenti" si affaccia nel '94 la procura di Trento, aprendo un'indagine sugli strani affari tra il Centro trasfusionale locale e una piccola società, la Co.Pla., che raccoglie il sangue proveniente dai donatori e lo riversa alle imprese del gruppo Marcucci. Il giudice scopre che in due celle frigorifere dei Mercati generali di Padova c'è stivato una specie di "tesoro" del valore di più di venti miliardi: 60 tonnellate di sangue e plasma proveniente da varie regioni italiane e anche da Polonia e Romania, quest'ultimo mai testato e quindi non utilizzabile per la fabbricazione di emoderivati. Chiuso in bidoni, ammonticchiati tra contenitori di cervella di bue, ortaggi e gelati. Due società se ne palleggiano la proprietà : l'italiana Sclavo (gruppo Marcucci) e la britannica Padmore, un'offshore con sede nelle Isole Vergini. Solo lo scorso settembre, con una rogatoria internazionale, i giudici scoprono che la Padmore fa capo alla stessa Marcucci. Senso dell'operazione: il gruppo avrebbe cercato con un movimento fittizio di carte di far sparire le tracce del tesoro "sporco", per poterlo poi utilizzare nella produzione degli emoderivati. Una perizia ha mostrato che parte di quel sangue era infetta, e che perciò avrebbe contaminato i farmaci e quindi gli emofilici che ne avrebbero fatto uso. Si basa su questo episodio l'accusa di "dolo", e non è difficile prevedere future battaglie tra Procura e difesa a suon di perizie. L'inchiesta trentina assume presto carattere nazionale. Al ministero della Sanità, gli archivi che riguardano gli anni Ottanta - quelli di Duilio Poggiolini dominus incontrastato - sono quasi del tutto spariti : "...anche incendi e inondazioni...", butta lì, ma non è una battuta, il procuratore di Trento, Francantonio Granero, che conduce le indagini col suo sostituto Bruno Giardina. Seguendo i lotti di sangue dal momento della donazione alla trasformazione in farmaco, fino al paziente che impiega l'emoderivato, si cerca di stabilire l'iter del plasma infetto immesso nel ciclo produttivo. Ma si fa anche il cammino inverso : partendo dagli emofilici contagiati, si risale al lotto di sangue originario, tentando di individuare una relazione di causa-effetto.

Le scoperte sono tante, e da brivido. Per esempio risulta che alcuni centri trasfusionali hanno rilasciato in bianco le cosiddette "bleeding list", i registri delle donazioni di sangue, riempiti poi in un secondo momento dai produttori di emoderivati. Duilio Poggiolini era l'autorità che avrebbe dovuto controllare l'importazione di plasma e la produzione di emoderivati. "Teorico", viene definito dagli investigatori il tipo di controllo effettuato dall'ex-direttore generale della Sanità: in pratica inesistente (e a Napoli si è indagato su una tangente che Poggiolini avrebbe ricevuto dal gruppo Marcucci). Non è finita: in Italia veniva lavorato plasma proveniente dall'estero, e ci si fidava delle autocertificazioni senza test aggiuntivi. I magistrati hanno ordinato perizie su emoderivati prodotti da multinazionali, come l'austriaca Immuno e la svizzera Berna, regolarmente in circolazione in Italia. Risultato: erano contaminati.

Un sistema generalizzato, insomma, che ha portato, negli anni presi in esame - dall'83 al '97 - a conseguenze drammatiche per chi era costretto a fidarsi di questi farmaci. Sono rischi ancora attuali? "I pericoli sono diminuiti, anche se resta un margine di rischio ineliminabile - risponde il procuratore Granero - I test sono oggi più affidabili, i controlli delle istituzioni esistono e anche le aziende del settore danno migliori garanzie".

 

Repubblica: 28.11.1999

"Siamo stati contagiati, risarciteci"

Sangue infetto, valanga di ricorsi degli emofilici alla Corte europea

Strasburgo, da anni convivono con il virus dell'Aids e delle epatiti. In 180 chiedono 20 miliardi. "In Italia la giustizia è lenta..."

di PIERFRANCESO FEDRIZZI

STRASBURGO - Le loro vite devastate dalle inefficienze di una sanità malata non hanno prezzo: nessun indennizzo ridarà loro la salute. Un risarcimento di venti miliardi lo reclamano oggi per i ritardi di una giustizia che in sette anni non ha saputo dare risposte. Eppure da anni convivono con il virus dell'Aids e delle epatiti, contratti con trasfusioni di farmaci emoderivati somministrati negli ospedali pubblici dal 1976 al 1992.

In questi giorni - segnati dagli sviluppi dell'inchiesta del sangue infetto della Procura di Trento - circa 180 emofilici italiani si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo chiedendo venti miliardi di risarcimento. "In Italia - sostiene la Federazione delle associazioni emofilici - i tempi dei processi non tutelano il cittadino. Le nostre vite sono state distrutte dall'imperizia e dalle negligenze altrui: imprese farmaceutiche e strutture sanitarie".

Nel 1993 le associazioni degli emofilici hanno citato in giudizio il ministero della Sanità, per vedere accertata la responsabilità della struttura pubblica in quello che loro definiscono un "contagio nazionale": "Migliaia di noi sono stati contagiati dai virus dell'Aids e delle epatiti a causa dei farmaci infetti. I morti sono centinaia ma lo Stato sembra incapace di dare risposte. In sette anni il Tribunale di Roma ha emesso solo la sentenza di primo grado, per di più parziale".

Nell'agosto scorso la Corte europea aveva riconosciuto a tre emofilici trentini un indennizzo di cinquanta milioni, sottolineando che "i tempi della giustizia italiana violano il diritto alla salute e il diritto del cittadino ad un processo in tempi ragionevoli".

Strasburgo ha richiamato l'Italia: nel caso di vittime da sangue infetto, i procedimenti giudiziari aperti da più di tre anni, anche se complessi, violano la convenzione dei diritti dell' uomo. È di cruciale importanza non superare i limiti ragionevoli di un processo e agli organi giudiziari è richiesta una eccezionale diligenza". A poche settimane dall'affermazione del "giusto processo" tra i principi costituzionali, lo Stato italiano è alle prese con la più consistente richiesta di risarcimento della storia repubblicana per i guasti provocati dalla sanità pubblica.

Come nei primi tre casi, anche la nuova battaglia legale è affidata ad un giovane avvocato di Trento, Filippo Valcanover: "Lo Stato italiano ha consentito la commercializzazione di emoderivati infetti, senza un piano nazionale sangue, violando il precetto costituzionale della tutela della salute. Nel nostro Paese non sono stati eliminati gli emoderivati a rischio, o solo in ritardo, pur conoscendo i rischi derivati dall'attività di raccolta del sangue e l'impossibilità di un effettivo controllo del plasma importato".

Nel ricorso, l'avvocato Valcanover lamenta la violazione dell' articolo 6 della Convenzione europea di salvaguadia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, varata dal Consiglio d' Europa nel 1990. La risposta da Strasburgo arriverà nel nuovo millennio e anticiperà, ancora una volta, lo Stato Italiano.

 

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