La Tribuna 

a.p.

Sette anni fa era rimasto paralizzato per 3 mesi, dopo il richiamo obbligatorio della vaccinazione antitetanica. Il calvario in ospedale, la lunghissima riabilitazione, che gli ha reso l'uso delle gambe, ma non l'abilità al lavoro. Il Tribunale di Treviso ha condannato il Ministero a versargli l'indennizzo. E adesso S.L, 49 anni di Carbonera, dipendente di una ditta del legno, fa causa all'Usl 9. L'uomo affronta il secondo round giudiziario forte della sentenza del giudice del Tribunale di Treviso, Massimo De Luca, che oltre a riconoscere il diritto all'indennizzo ministeriale (ora da quantificare: ma a distanza di quasi un anno L.S. non ha visto ancora nulla) ha sancito il nesso di causalità fra la vaccinazione e la gravissima malattia di S.L, la sindrome di Guillaim Barrè. Poche ore dopo quel richiamo, l'uomo non aveva più sentito le gambe, ed era stato ricoverato d'urgenza in ospedale, con tutti i muscoli del corpo immobili. Non poteva nemmeno chiudere gli occhi. Ma quando S.L., ripresosi almeno parzialmente, aveva infine chiesto al ministero il riconoscimento del diritto, si era visto opporre un secco rifiuto, e aveva dovuto rivolgersi al patronato della Cisl. «Trovo vergognoso, dopo aver rischiato di morire, o di restare paralizzato per tutta la vita, e aver passato un anno e mezzo con le stampelle, il fatto di aver chiesto invano per anni all'Uls di conoscere le ragioni per cui i medici per mesi non mi hanno sottoposto al controllo degli anticorpi - spiega S.L. - per non dire che le terapie sono cominciate solo a sette giorni di distanza dal ricovero. E vorrei sempre sapere perché è mancata due volte la corrente, durante una plasmaferesi, al centro trasfusionale. Adesso chiedo giustizia». L'ultima molla, è la missiva con cui la scorsa settimana l'attuale successore di Domenico Stellini, il reggente Gaetanpo Spampinato, scrive a L.S. che «consultati gli uffici sanitari ed esaminata la documentazione, confermiamo che nessun addebito può essere posto a carico dei sanitari che a vario titolo l'hanno avuta in cura». E ancora: «Oltretutto l'amministrazione non ha facoltà di sindacato sulle valutazioni e/o decisioni cliniche dei medici in rapporto ai pazienti curati». 

 

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