Non sparate sugli ormoni Sono accusati di provocare infarti e tumori. Tutto vero? No, secondo Umberto Veronesi, l'oncologo più famoso d'Italia. Che alle donne consiglia: andiamo avanti. Ma con giudizio 

di Valeria Palermi

Una doccia fredda. Di più, un colpo al cuore. Letteralmente. La terapia ormonale sostitutiva provoca infarti e ictus, annunciava poche settimane fa la stampa americana. E tumori al seno. I dati della Women's Health Initiative, promossa dai National Institutes of Health, sembravano schiaccianti. Come i numeri messi in campo: 160 mila donne in menopausa, età tra i 50 e i 79 anni, prese in esame per stabilire come combattere al meglio malattie cardiovascolari, tumori al seno e al colon, osteoporosi. Di queste donne, un decimo era in terapia ormonale sostitutiva. E proprio loro hanno mostrato un aumento significativo dei rischi di infarti e di tumori al seno rispetto al gruppo di controllo.

I risultati della ricerca hanno provocato un terremoto. Mediatico, sanitario, sociale. E naturalmente emotivo, per i milioni di donne in menopausa che in tutto il mondo ricorrono alla terapia ormonale sostitutiva e, all'improvviso, si sono sentite dire che la corsa verso l'eterna giovinezza è in realtà un salto nel buio.

Ma davvero bisogna smettere di combattere la menopausa? Rassegnarsi a invecchiare, alle vampate, agli episodi di depressione? Davvero la parola d'ordine è "indietro tutta"? "L'Espresso" lo ha chiesto a Umberto Veronesi, il più noto oncologo italiano, ex ministro della Sanità e direttore dell'Istituto Europeo di Oncologia a Milano.

È così, professore? Buttiamo via tutto e diciamo alle donne in menopausa di smettere di fare terapia ormonale sostitutiva?

«Assolutamente no. Questo studio americano è sicuramente importante, perché ha coinvolto migliaia di donne, ma i suoi risultati sono stati equivocati. Il lavoro aveva per obiettivo la verifica di un'ipotesi: se gli ormoni proteggono o no l'apparato cardiovascolare. E il risultato è che no, non lo proteggono. C'è anzi il 22 per cento di rischio in più, per le donne in terapia ormonale sostitutiva, di subire infarti, ictus cerebrali e trombosi venose».

Un ottimo motivo per lasciar subito perdere la terapia.

«Bisogna fare attenzione: la maggior parte di questi eventi non erano mortali. La mortalità dovuta a eventi cardiovascolari nel gruppo sottoposto a placebo è risultata pari all'1,3 per mille l'anno, nel gruppo sottoposto al trattamento ormonale era l'1,5 per mille. La differenza è infinitesimale: ma siccome l'obiettivo era solo verificarne l'effetto sull'apparato cardiovascolare, stabilito questo si è deciso di sospendere lo studio».

Gli americani sono stati troppo frettolosi nelle conclusioni?

«Questa ricerca presenta alcuni punti deboli. Primo: il 40 per cento delle donne che vi hanno preso parte a un certo punto ha smesso la terapia (o il placebo) e questo inficia le statistiche. Secondo: prendevano tutte estrogeni e progesterone per bocca, non per via transdermica (con i cerotti), e il passaggio attraverso il fegato può modificare la composizione ormonale. Terzo: il campione era molto anziano; il 67 per cento aveva più di 60 anni, quando il trattamento comincia di solito intorno ai 50, il 22 per cento aveva oltre 70 anni. In un campione così il rischio di malattie cardiovascolari è alto! Ma lo sappiamo già, che chi è a rischio o ha avuto precedenti di questo tipo non dovrebbe prendere ormoni. E non è tutto: il 35 per cento del campione era iperteso, il 13 aveva il colesterolo alto, il 33 era sovrappeso».

Però, resta il fatto che con la terapia i tumori al seno aumentano.

«È vero, ma non è un fatto nuovo: con il trattamento ormonale l'incidenza aumenta del 26 per cento, soprattutto nelle donne che sono in terapia da molti anni (intorno a 5 il rischio è modesto). Ma anche in questo caso bisogna precisare che, all'aumento del rischio, non corrisponde un incremento della mortalità. I casi mortali ammontano allo 0,1 per mille donne ogni anno in entrambi i gruppi; perché i tumori al seno provocati dagli ormoni sono meno aggressivi del normale. Comunque in tutta Italia, con il coordinamento dell'Istituto Europeo di Oncologia, è in corso lo studio Hot (Hormone Opposed by Tamoxifen) che ha il fine appunto di prevenire il tumore al seno nelle donne che fanno terapia ormonale. Il tamoxifene è una molecola di sintesi che protegge la ghiandola mammaria. Chiunque voglia partecipare a questo studio può farlo, rivolgendosi al numero verde 800.831-233».

Insomma la terapia ormonale dà o no benefici?

«I benefici sono stati tutti confermati dallo studio americano. Il rischio di frattura dell'anca o di una vertebra a causa dell'osteoporosi diminuisce del 34 per cento, quello di tumori dell'endometrio del 17, di tumori intestinali del 37. Guardando complessivamente il risultato, nel gruppo trattato con ormoni la mortalità è più bassa del 2 per cento rispetto a quello che ha ricevuto placebo. E poi vorrei sottolineare un aspetto importante di cui finora nessuno ha parlato. Prima di questa ricerca si pensava che più anni la donna si sottoponeva a terapia, maggiori erano i rischi. Invece, da questo studio vediamo che è il contrario. I veri rischi (vascolari o di trombosi) si corrono nei primi tre anni; poi diminuiscono, e aumenta la protezione».

Questo riguarda anche i tumori?

«Sì. Dopo sei anni il trattamento diventa protettivo anche nei confronti dei tumori intestinali e dell'endometrio. Insomma, se si vogliono avere benefici dalla terapia ormonale sostitutiva bisogna farla per lungo tempo, anche dieci anni. Tanto è vero che dallo studio risulta che le donne che la facevano da più di sei anni avevano il 22 per cento di riduzione del rischio di malattie coronariche, il 34 per cento in meno di ictus cerebrali e il 10 per cento in meno di fenomeni tromboembolici venosi. Probabilmente nei primi anni di cura l'organismo deve adattarsi, con fatica, ai trattamenti. Quindi, le reazioni sono negative. Ma una volta abituato, sta meglio».

Si sta meglio anche psicologicamente?

«Il problema della menopausa è soprattutto quello del malessere psichico. Lo studio americano non ha preso in considerazione questo aspetto fondamentale: sono moltissime le donne depresse, demotivate alla vita (i suicidi aumentano sensibilmente in menopausa), che hanno attacchi di panico, problemi di performance sul lavoro, nel rapporto di coppia e sessuale. La terapia ormonale sostitutiva serve soprattutto a questo, a dare qualità alla vita delle donne: sociale, affettiva o lavorativa. Oggi la medicina va in questa direzione, verso un allungamento della giovinezza, non della vecchiaia».

Eppure proprio dall'America stanno arrivando una serie di altolà in questo senso: prima il richiamo all'ordine alle donne a proposito della loro fertilità e la raccomandazione ad avere figli non oltre i 30 anni, ora le accuse alla terapia antimenopausa.

«In effetti negli Usa ci sono gruppi di pressione ideologica molto vivaci contro lo strapotere dei medici e dell'industria farmaceutica. Gruppi che finiscono per richiamare all'ordine le donne, ad accettare la menopausa come un evento naturale e inevitabile, un destino ineluttabile. Che al massimo si può affrontare con qualche rimedio naturale».

Esistono alternative dolci alla terapia ormonale sostitutiva?

«No, sono solo palliativi. Per esempio, le erbe non hanno alcun effetto sull'osteoporosi».

Possiamo dire che c'è una via italiana alla cura della menopausa?

«Sì. Da noi l'approccio è prudente ed equilibrato. Negli Usa gli ormoni vengono prescritti a tutte. È regola e moda. Da noi i ginecologi sono cauti, solo un milione di donne è in terapia ormonale. L'importante è ricordare che la menopausa non richiede necessariamente terapia. Gli ormoni servono in caso di osteoporosi precoce, insonnia, depressione, attacchi di panico, demotivazione generale. O se vampate e sudorazione rendono la vita impossibile. Non sempre e comunque».

Quanto contano l'atteggiamento psicologico e lo stile di vita nel modo di affrontare la menopausa?

«Molto. Tanto maggiori sono gli interessi di una donna, tanto meglio vivrà questa fase, che può essere traumatica. Più lei è creativa, meno le peserà la perdita della capacità procreativa. E sicuramente una donna che fa movimento e controlla l'alimentazione tiene meglio a bada l'osteoporosi. Detto questo, il fatto che le ovaie smettano di produrre estrogeni ha effetti inevitabili: per esempio, aumento di rughe e di peluria, perdita di capelli, una certa androgenizzazione. Tutti problemi che possono essere risolti con la somministrazione di ormoni».

 

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