La Repubblica

Aids, troppe notizie sui rimedi Crescono i rapporti a rischio , i più prudenti rimangono i consumatori di droghe

di CLAUDIA DI GIORGIO

ROMA - Gli addetti ai lavori, e soprattutto chi si occupa della prevenzione dell'Aids, lo pensavano da tempo. Ma solo adesso arriva una conferma basata su dati scientifici, suffragata da "prove molto inquietanti": c'è un collegamento diretto tra le notizie di stampa sui farmaci contro l'Hiv e l'aumento dei comportamenti a rischio.

Lo dimostra uno studio effettuato negli Usa dai Centers for Disease Control, secondo il quale molte persone hanno gravemente frainteso le informazioni sul cocktail di farmaci che, da qualche anno a questa parte, viene utilizzato con successo per rallentare il passaggio dalla sieropositività all'Aids conclamato. Gli articoli e i reportage televisivi su questa terapia, che pur essendo efficace non è affatto risolutiva e comporta pesanti effetti collaterali, sono stati interpretati come "c'è una cura per l'Aids". E hanno spinto molte persone, di qualunque orientamento sessuale, a preoccuparsi meno del contagio e a prendere meno precauzioni per proteggersi e proteggere gli altri dalla trasmissione del virus.

L'indagine ha riguardato un campione di quasi 2.000 soggetti appartenenti alle fasce più a rischio, nessuno dei quali era sieropositivo o aveva fatto il test per accertarlo. Il gruppo era composto in proporzioni quasi uguali da maschi omosessuali e bisessuali che frequentavano locali gay, da consumatori di droghe per via endovenosa e da eterosessuali in cura per malattie veneree. Ed oltre un terzo di loro si è dichiarato "meno intimorito" del contagio da quando aveva sentito parlare della terapia.

I più imprudenti sono risultati i consumatori di droga: tra di loro, il 40 per cento si sente più rassicurato e il 25 per cento prende meno precauzioni di prima.

Ronald Valdisseri, dirigente del centro di prevenzione dei Cdc ad Atlanta ha sottolineato che, in base ai risultati della ricerca, il significato del cocktail di farmaci per l'epidemia di Hiv è stato travisato. "Persone a rischio ora potrebbero dirsi che non si devono preoccupare come prima", ha commentato. E un errata percezione del pericolo stimola la ripresa dei comportamenti rischiosi, che a loro volta fanno aumentare i contagi.

La terapia con i farmaci antiretrovirali ha avuto ampia pubblicità sulla stampa, e a ragione, perché ha mantenuto in vita migliaia di sieropositivi, allungando moltissimo la speranza di vita di chi è stato contagiato dall'Hiv. Ma il cocktail terapeutico, pur intervenendo efficacemente nelle cellule dove il virus è attivo, non riesce a raggiungerlo in quelle dove l'Hiv si nasconde in stato di latenza, pronto a risvegliarsi appena si interrompe l'assunzione dei farmaci. Non è una cura, insomma, perché il virus non scompare e il paziente non può mai dirsi guarito.

Gli sforzi della lotta all'Aids sono quindi continuati su diversi fronti, dalla ricerca di un vaccino alla prevenzione, che resta l'arma principale contro l'epidemia. Anche l'estensione della terapia con il cocktail di farmaci, a cui via via si stanno aggiungendo nuove sostanze, gioca un ruolo importante nella battaglia: secondo molti ricercatori le medicine, abbassando i livelli del virus nel sangue, riducono il pericolo di trasmetterlo ad altri.

Ma il vantaggio potrebbe essere totalmente vanificato da questo imprevisto, e minacciosissimo, effetto collaterale della terapia. Confonderla con una cura e smettere di prendere precauzioni significa far crescere nuovamente i contagi. Bastano piccole variazioni nei comportamenti a rischio a ridurre i benefici, avvertono ai Cdc. Aggiungendo che i risultati dello studio indicano che "è imperativo che non si riaprano i bagni turchi e che la gente pratichi il sesso protetto, in particolare chi segue la terapia".

Imperativo, dunque, non abbassare la guardia. E proseguire nella prevenzione.

(31 gennaio 2000)

 

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