GAZZETTINO  Venerdì, 15 Febbraio 2002

Un operaio ricoverato nel 1975 all’ospedale di Castelfranco chiede i danni per 400 milioni

Avrebbe contratto l’epatite durante un’operazione. All’epoca le Usl non esistevano ancora 

Si fa operare per una frattura al femore e dopo venticinque anni scopre di aver contratto l'epatite C: ora cita in giudizio Comune e Regione chiedendo un risarcimento per 400 milioni.

M.Z. operaio mestrino di 43 anni, ne aveva solo sedici quando viene ricoverato il 16 novembre del 1975 nel reparto di ortopedia di Castelfranco per la riduzione chirurgica di una frattura al femore. Un intervento relativamente semplice, che non dovrebbe comportare importanti emorragie, eppure al giovane vengono somministrate tre sacche di sangue, provenienti dall'ospedale di Asolo. Il decorso operatorio è comunque buono, il ragazzo esce dall'ospedale , continua la sua esistenza archiviando l'episodio come uno dei tanti incidenti che possono capitare sul percorso della vita.

Sennonché, ad agosto di due anni fa M.Z. fa il test anti HCV, gli viene diagnosticata la presenza dell'antigene dell'epatite C e con una successiva biopsia al fegato, eseguita al reparto malattie infettive di Mestre, scopre di avere una epatopatia irreversibile. La memoria corre immediatamente a quell'episodio, a quella trasfusione avvenuta a metà degli anni '70, quando non esistevano i mezzi attuali per testare il sangue e il rischio di contagio era reale e molto elevato. Da qui la scelta di affidarsi ad un legale, l'avv.Enrico Cornelio di Venezia che ha recuperato la cartella clinica dagli archivi dell'ospedale castellano e ora ha promosso una causa civile presso il Tribunale di Venezia.

Se è vero che sono molti i casi in cui è stato riconosciuto a pazienti un danno post-trasfusionale dovuto a sangue infetto (specie per gli anni '70 e '80), è altrettanto vero che in un arco di tempo ampio come venticinque anni, i fattori di rischio possono essere tanti, dai rapporti sessuali alle cure odontoiatriche. "Dall'anamnesi del paziente non risultano però comportamenti o episodi a rischio, mentre è evidente - è la tesi dell'avvocato Cornelio - che per imperizia dei medici in quella occasione è stato esposto ad un rischio estremamente elevato, visto che all'epoca non esistevano test efficaci come quelli odierni per garantire la sanità del donatore".

Al quarantenne veneziano è stato diagnosticato un danno biologico del 35\%, cui si aggiunge un danno morale per il timore di una evoluzione della malattia epatica che potrebbe anche condurre alla morte. Senza contare che l'uomo non può più avere rapporti sessuali non protetti e quindi di fatto, si trova privato della possibilità di avere dei figli.

Il caso è singolare anche perché ad essere citata in giudizio sono in via solidale il Comune la Regione, visto che nel 1975 le Usl non esistevano ancora.

Lara Santi

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