Sindrome da immunodeficienza acquisita

Malattia infettiva causata dal retrovirus HIV; è caratterizzata dalla progressiva compromissione delle difese immunitarie e dall’insorgenza di gravi patologie, dette “malattie opportuniste” perché colpiscono i pazienti indeboliti dall’infezione virale, mentre compaiono raramente nei soggetti sani. L’individuo infettato dal virus viene detto sieropositivo e non necessariamente sviluppa la sindrome vera e propria (AIDS conclamata). Quando questa compare, provoca un rapido deperimento fisico; l’esito dell’AIDS conclamata è infausto. Il termine AIDS è l’acronimo di Acquired ImmunoDeficiency Sindrome, sindrome da immunodeficienza acquisita. 

VIE DI TRASMISSIONE   


La trasmissione del virus HIV avviene attraverso il contatto con il sangue di un soggetto infetto e per via sessuale. Per tale motivo, l’AIDS viene annoverata nel gruppo delle malattie a trasmissione sessuale (MST). L’infezione si diffonde più rapidamente tra individui che hanno spesso rapporti sessuali non protetti con partner diversi e tra i tossicodipendenti. Il virus può anche essere trasmesso dalla madre sieropositiva al feto, attraverso la circolazione sanguigna placentare, o al bambino dopo la nascita, attraverso l’allattamento al seno.

Contagio per via sessuale  

Nel caso del contagio per via sessuale, l’HIV presente nello sperma e nelle secrezioni vaginali si immette nella circolazione sanguigna del partner non infetto attraverso piccole abrasioni delle mucose (genitali o orali), già presenti o formatesi durante i rapporti sessuali. Il contagio si verifica allo stesso modo negli individui omosessuali ed eterosessuali.

Contagio tra tossicodipendenti 

 La trasmissione del virus tra tossicodipendenti riguarda coloro che fanno uso di droghe iniettabili, come l’eroina, e che impiegano siringhe già usate; in tal caso, anche piccole quantità di sangue depositatesi sull’ago o aspirate al momento dell’estrazione della siringa, possono essere sufficienti a infettare il successivo utilizzatore di questa.

Altre vie di trasmissione  

Particolari vie di contagio sono quelle che si stabiliscono tra pazienti portatori di HIV e operatori sanitari, e viceversa, e nel corso di trasfusioni sanguigne. La probabilità di contrarre l’infezione per queste vie in realtà è piuttosto bassa, per le misure di prevenzione e le condizioni di sterilità adottate in ambito sanitario e grazie ai test di routine per l’individuazione dell’HIV effettuati nelle emoteche. La donazione del sangue non comporta per il donatore alcun rischio.

Non vi è prova che l'HIV possa essere trasmesso attraverso l'aria, le punture di insetti, il sudore, la saliva, oppure tramite il contatto con persone infette, purché non vi sia scambio di sangue o di secrezioni genitali: dunque, il virus non si diffonde con una stretta di mano, o impiegando gli stessi attrezzi da lavoro di un sieropositivo, o indossandone un abito. Ciò è dovuto al fatto che l'HIV non sopravvive a lungo quando viene esposto all'ambiente. Invece, la condivisione di oggetti come rasoi, spazzolini da denti, bende, non è immune dal rischio di contagio. 

INFEZIONE E CICLO VITALE DI HIV  


Il virus HIV attacca specificamente alcuni tipi di cellule umane, i linfociti T-helper e i macrofagi, sulla cui membrana sono presenti recettori proteici indicati con la sigla CD4 e CCR5. Dal rivestimento esterno del virus sporgono due tipi di glicoproteine, le gp120 e le gp41. La gp120 viene riconosciuta e legata dai recettori CD4; questo fenomeno induce una modificazione della struttura della gp120, che si lega anche al recettore CCR5. La formazione di tale complesso a sua volta determina uno scatto della glicoproteina gp41 verso la membrana plasmatica della cellula ospite e, dunque, l’avvio dell’infezione da parte del virus. L’HIV inietta il suo patrimonio genetico, ovvero i due filamenti di acido ribonucleico (RNA), e i suoi enzimi (trascrittasi inversa, proteasi e integrasi), nel citoplasma della cellula ospite.


La trascrittasi inversa dà inizio alla sintesi di un filamento di acido desossiribonucleico (DNA) complementare a ciascun filamento di RNA; si forma dunque un doppio filamento ibrido di DNA ed RNA. Infine, l’enzima degrada la porzione di RNA e completa la sintesi di una molecola di DNA a doppio filamento.

L’enzima integrasi determina l’integrazione del DNA virale entro il DNA della cellula ospite (formazione del cosiddetto provirus); questo patrimonio genetico ibrido, sfruttando gli organuli della cellula ospite, dirige la sintesi di nuove proteine e componenti virali. Le proteine virali neosintetizzate si trovano in una forma inattiva; per azione dell’enzima proteasi, vengono tagliate in modo da convertirsi nella forma attiva. Quando i virus neoformati fuoriescono dalla cellula ospite, rimangono avviluppati da una porzione della membrana plasmatica, che costituisce il rivestimento esterno al capside proteico, tipico di questi retrovirus. La cellula ospite, ormai degradata, muore.

DECORSO DELLA MALATTIA  


La progressione dell’AIDS non è graduale, ma avviene secondo fasi di durata differente. Il decorso può essere monitorato mediante il rilievo della viremia e attraverso la conta dei linfociti, valori entrambi ricavabili da analisi del sangue.

Viremia e conta dei linfociti 

La viremia è un parametro che indica il numero di copie di RNA presenti in un millilitro di sangue; poiché ciascun HIV possiede due molecole di questo acido nucleico, il numero di virus presenti corrisponde alla metà del valore di viremia. La conta dei linfociti rileva il numero di linfociti T-CD4 in un millilitro di sangue e permette di stimare quanto siano effettivamente compromesse le difese immunitarie del paziente.

Fase della sindrome retrovirale acuta 

Entro una-tre settimane dall'infezione, compaiono sintomi aspecifici, che perdurano per circa 2-3 mesi e sono simili a quelli di un'influenza o di una mononucleosi (febbre, cefalea, eruzioni cutanee, sudorazione notturna, dolore ai linfonodi posti ai lati del collo e malessere) e pertanto difficilmente ascrivibili ad HIV. In questa fase, denominata "sindrome retrovirale acuta", l'HIV si riproduce in grande quantità, circola nel sangue e si infiltra negli organi del sistema linfatico, in particolare linfonodi, tonsille, milza, e nel tessuto linfoide localizzato a livello dell’apparato digerente. In queste regioni, infatti, è presente la quasi totalità dei linfociti T, che solo in piccola parte circolano liberamente nel sangue.

Nella fase acuta, la viremia aumenta drasticamente, passando da 0 a circa 1 milione di copie di RNA/ml di sangue; si assiste invece a una notevole diminuzione del numero di linfociti T-CD4, che da 1000-1100/ml di sangue scendono a 450-500.

Fase asintomatica 

Dopo circa 4-6 mesi dall’infezione, la risposta immunitaria dell’organismo contro l’agente patogeno determina il raggiungimento di un equilibrio (set point) tra i virus di nuova formazione e quelli che vengono distrutti. I sintomi scompaiono e l’individuo infetto, detto sieropositivo, entra in una "fase asintomatica", che in media si protrae per 6-7 anni.

Nella fase asintomatica la diminuzione dei linfociti T-CD4 sembra inizialmente arrestarsi; per 1-2 anni il numero può risalire fino a 600-650 linfociti/ml di sangue. Negli anni successivi, si verifica nuovamente un lento decremento che determina, dopo circa 6-7 anni dall’infezione, una discesa fino al valore di 300 linfociti T-CD4/ml di sangue. La viremia, dopo il picco raggiunto nella fase acuta, scende fino a 3500 copie di RNA/ml di sangue; dopo circa 1-2 anni dall’infezione, ricomincia a salire gradualmente e, dopo 6-7 anni dall’infezione, assume il valore di circa 4500. La fase asintomatica rappresenta lo stadio della malattia più pericoloso da un punto di vista epidemiologico, perché per un tempo piuttosto lungo permette il mantenimento di condizioni di salute generalmente buone, e quindi non induce nel sieropositivo la consapevolezza della sua condizione e l’attuazione di comportamenti volti a evitare il contagio di altri individui (ad esempio, l’uso del preservativo durante il rapporto sessuale). Per questo motivo, è consigliabile che tutti gli individui che hanno comportamenti “a rischio”, ad esempio frequenti rapporti con partner diversi, o che abbiano comunque il sospetto di avere avuto uno scambio di sangue con un sieropositivo, si sottopongano a test diagnostici, come il test ELISA (vedi oltre), per accertare se vi è stata trasmissione del virus.

Fase sintomatica: AIDS conclamata e malattie opportuniste  

Non tutti i sieropositivi entrano nella fase sintomatica. La sindrome vera e propria, o AIDS conclamata, viene diagnosticata quando la conta dei linfociti T-CD4 risulta inferiore a 200/ml di sangue o, anche in presenza di valori più alti, quando compare una delle malattie opportuniste dell’AIDS. La grave debilitazione delle difese immunitarie (condizione detta immunodepressione) rende infatti il paziente facilmente soggetto ad ammalarsi; vi è perdita di peso, deperimento fisico, estrema debolezza. Quando il numero dei linfociti T-CD4 diviene inferiore a 50, i malati entrano nella fase di AIDS avanzata, che può durare da pochi mesi fino a 2-3 anni.

Il decesso per AIDS non è dovuto direttamente all'infezione da HIV ma alle malattie opportuniste. Le patologie attualmente considerate come correlate all’AIDS sono circa 25. L'infezione più comune è la polmonite da Pneumocystis carinii, causata da un protozoo che normalmente colonizza in modo innocuo le vie respiratorie. Anche la polmonite batterica da Streptococcus pneumoniae e da Haemophilus influenzae) e la tubercolosi sono spesso associate all'AIDS. Nell'ultimo stadio, infezioni diffuse da Mycobacterium avium possono causare febbre, perdita di peso, anemia e diarrea. Altre infezioni batteriche dell'apparato digerente (dovute a Salmonella, Campylobacter, Shigella o altri batteri) provocano spesso diarrea, perdita di peso, anoressia e febbre.

Nei pazienti con AIDS si osservano frequentemente micosi o infezioni da funghi. Il mughetto o candidosi orale (infezione della bocca da Candida albicans) si presenta precocemente nella "fase sintomatica" in un alto numero di pazienti. Altre micosi sono le infezioni dovute a varie specie di Cryptococcus, importante causa di meningite che colpisce il 13% dei pazienti affetti da AIDS. Inoltre, può presentarsi l'istoplasmosi, dovuta al fungo Histoplasma capsulatum, che colpisce fino al 10% dei pazienti, provocando perdita di peso, febbre e complicazioni respiratorie o, se l'infezione raggiunge il cervello, complicanze gravi del sistema nervoso centrale, fra cui alcune forme di demenza.

Sono comuni anche infezioni virali, causate soprattutto da membri della famiglia degli Herpesvirus, tra cui quella da Citomegalovirus (CMV), che colpisce la retina e può causare cecità, e l’infezione da virus di Epstein-Barr (EBV), che può provocare una trasformazione cancerosa delle cellule del sangue. Sono inoltre comuni le infezioni da virus Herpes simplex (HSV) di tipo 1 e 2, che causano lesioni orali e perianali.

Molti pazienti con AIDS sviluppano vari tipi di cancro, il più comune dei quali è il sarcoma di Kaposi.   

Pazienti LTNP e PR   

 In una piccola percentuale di soggetti sieropositivi (circa il 5%) l’insorgenza dell’AIDS conclamato non avviene o avviene in tempi molto più lunghi di quelli indicati; tali soggetti sono detti LTNP (Long Terms Non Progressors), ovvero “non progressori”, caratterizzati da valori di viremia piuttosto bassi. Al contrario, in altri individui la fase sintomatica è assai più breve, e l’insorgenza della sindrome conclamata avviene più precocemente: si parla in questo caso di PR, cioè “progressori rapidi”. Si è dimostrata anche la presenza di individui resistenti al contagio, pur avendo avuto frequenti contatti con portatori del virus. Non sono ancora state chiarite quali caratteristiche genetiche, biochimiche e immunitarie favoriscano una condizione di LTNP o di resistenza; la loro determinazione costituisce comunque un importante obiettivo della ricerca sull’AIDS, allo scopo di definire quali fattori possono arrestare l’infezione o la replicazione di HIV nell’organismo.

DIAGNOSI  
Attraverso il prelievo di un campione di sangue è possibile accertare la condizione di sieropositività in tempi relativamente rapidi rispetto al momento dell’infezione virale.

Test ELISA e Western-blot

Il più rapido test per verificare se un individuo è venuto a contatto con il virus HIV e il suo organismo ha sviluppato contro questo una risposta specifica, è il cosiddetto test anti-HIV, o test ELISA (Enzyme-Linked Immunosorbant Assay). Con il semplice prelievo ed esame di un campione di sangue, è possibile attraverso questa prova verificare se nel corpo del soggetto esaminato si sono sviluppati anticorpi anti-HIV: se ciò viene riscontrato, il test risulta positivo, e l’individuo viene definito sieropositivo. In realtà, la precisione del test ELISA non è del 100%; pertanto, per convalidare una diagnosi di sieropositività viene effettuata una seconda indagine, detta test Western blot, basata sullo stesso principio del test ELISA ma più precisa. Il risultato del test Western blot risulta decisivo per la diagnosi. Poiché comunque il test ELISA è meno costoso, esso viene eseguito di routine come primo screening

Il test ELISA e il Western blot non possono essere eseguiti immediatamente dopo che l’individuo è venuto a contatto con il virus; infatti, occorre solitamente un periodo di circa tre mesi affinché il sistema immunitario produca una risposta anticorpale contro il virus. Prima di tale periodo, dunque, il soggetto risulta comunque negativo ai test sierologici. In questa fase, per la determinazione della presenza dell'HIV possono essere utilizzati altri metodi, che rilevano direttamente la presenza di alcune componenti del virus. Se il paziente risulta negativo ai test dopo sei mesi dal momento del possibile contatto con l’HIV, esso può con sicurezza ritenersi non contagiato.

Poiché è stato accertato che vi sono due ceppi di HIV responsabili dell’AIDS, denominati HIV-1 e HIV-2, per rilevare ciascuno dei due si sono resi necessari test sierologici differenti. Questi due ceppi, infatti, pur essendo strettamente imparentati e pur causando la stessa malattia, mostrano differenze in alcune componenti proteiche che, a livello diagnostico, ne permettono la distinzione.  

Test basato su PCR  

Una recente tecnica dell’ingegneria genetica, la reazione a catena della polimerasi (PCR), permette di esaminare direttamente il materiale genetico contenuto all’interno dei linfociti che sono bersaglio del virus HIV, e di verificare se è avvenuto un processo di integrazione del genoma virale con quello dei linfociti. Tale indagine può essere eseguita molto precocemente, rispetto ai test ELISA e Western blot, e permette di rilevare una condizione di sieropositività anche a poche ore dal possibile contatto con il virus.

TERAPIA  

Vi sono attualmente diversi approcci per la terapia dell’AIDS, nessuno dei quali risulta essere in gradi di debellare definitivamente l’infezione virale, ma può comunque rallentare la progressione dell’AIDS e rendere più bassa la carica vitale del sieropositivo.

Inibitori della trascrittasi inversa  

Il processo di sintesi del DNA virale viene catalizzato dall’enzima trascrittasi inversa. Pertanto, una delle due grandi famiglie di farmaci diretti contro l'HIV è quella degli inibitori di questo enzima. Tra questi vi sono la zidovudina o AZT, la ddI, la ddC e la 3TC. Questi composti vengono inseriti dalla trascrittasi inversa nella catena in formazione del DNA, che diventa così totalmente inutilizzabile per la sintesi delle proteine e per le possibilità di riproduzione del virus.

Nonostante la loro azione sia specifica per l'enzima virale, questi composti non sono privi di effetti collaterali: rischiano di interferire con il processo di duplicazione del DNA che avviene al momento della mitosi, provocando effetti di intossicazione, specialmente nelle cellule in rapida divisione come quelle del midollo osseo. Un altro problema legato all'uso di tali farmaci è la comparsa di ceppi virali resistenti nell'organismo dei pazienti. Generalmente, l'impiego di questi diversi composti in modo alternato o combinato può ritardare la comparsa dei ceppi resistenti, ridurre la tossicità e migliorare la sopravvivenza dei pazienti.

Inibitori delle proteasi 

L’enzima virale proteasi agisce tagliando le proteine virali inattive convertendole nelle forme attive. I farmaci appartenenti alla classe degli inibitori delle proteasi impediscono a questo enzima di svolgere la propria funzione. I principali composti che agiscono in tal senso sono il saquinavir, il ritonavir e l'indavir. Il loro impiego può causare effetti collaterali (diarrea, nausea, dolori addominali, calcoli renali e alterazione delle percezioni sensoriali) e disturbi come aritmie cardiache.

Associazioni di farmaci  

La somministrazione di AZT in associazione agli inibitori delle proteasi in varie combinazioni, a partire dalle prime settimane di infezione, sembra determinare risultati molto incoraggianti. Tuttavia, è necessario esercitare molta cautela nella valutazione di questa terapia che, peraltro, è estremamente costosa, comporta pesanti effetti collaterali ed esercita la sua efficacia solo nelle prime settimane di infezione (cioè proprio quando la maggior parte degli individui infetti non è ancora conscia della propria condizione e, di conseguenza, non è consapevole di dovere assumere farmaci).

Tale intervento è detto "precoce" perché deve iniziare tempestivamente, specie in presenza di viremia molto elevata; "aggressivo" perché alla zidovudina si devono associare altri preparati antivirali, come la didanosina, la zalcitabina, la mivudina, la stavudina ecc. Questo indirizzo terapeutico incontra gravi difficoltà, sia di tutela della privacy, perché per poter fare una diagnosi precoce si dovrebbero eseguire test diagnostici non appena si sospetti una condizione di rischio, sia di fattibilità economica, perché ci sarebbero più persone in cura e per tempi più lunghi.

Altre possibili terapie  

Altri trattamenti cercano di bloccare i processi cellulari dell'ospite, indispensabili all'HIV per la propria duplicazione. Uno dei principali vantaggi di questo approccio è la riduzione del rischio della comparsa di ceppi resistenti, dal momento che esso esercita una bassa pressione selettiva nei confronti del virus; il problema della tossicità rimane invece, anche in questo caso, irrisolto. Dai risultati di alcuni studi pubblicati negli Stati Uniti nel 1999, alcune proteine enzimatiche contenute nella saliva sembrerebbero capaci di neutralizzare l’HIV: in particolare, il lisozima e la ribonucleasi sarebbero molto efficaci nell’inibire il virus, e aprono nuove strade alla sperimentazione farmaceutica.

Terapia genica e vaccini  

La terapia genica potrebbe essere applicata introducendo nei linfociti un gene estraneo che interferisca con le proteine regolatrici virali (proteine fabbricate dall'HIV per regolare il funzionamento del proprio patrimonio genetico). Se fosse possibile inserire questo gene nelle cellule staminali del midollo osseo (le cellule che si dividono continuamente, dando origine, tra le altre, a tutte le cellule mature del sistema immunitario), tutti i linfociti originatisi da queste risulterebbero resistenti nei confronti del virus. Alcune sperimentazioni cliniche mirate a determinare l’efficacia della terapia genica applicata all’AIDS sono già in corso.

Inoltre, sono stati avviati studi per la messa a punto di un vaccino che possa esercitare un'azione sia preventiva (in grado di proteggere le persone immunizzate in caso di contatto con il virus), sia curativa (prolungando la vita o diminuendo la distruzione del sistema immunitario delle persone già infette). Numerosi vaccini sono attualmente in fase di sperimentazione clinica.

CONTROLLO DELLE MALATTIE CORRELATE  

L'impiego di trattamenti farmacologia contro le infezioni associate all'AIDS si è tradotto in un reale beneficio clinico, prolungando la vita di numerosi pazienti. Ad esempio, i farmaci utilizzati di recente nella profilassi e nella terapia della polmonite causata da Pneumocystis hanno fortemente contribuito alla diminuzione dell'incidenza di questa infezione e del gran numero di decessi che essa provocava tra i malati di AIDS. Altri esempi sono i composti antimicotici, come l'amfotericina B e il fluconazolo, e un farmaco contro il Citomegalovirus, costituito da una miscela di ganciclovir e di altre sostanze.

Dal momento che gran parte di questi trattamenti deve essere somministrata sotto controllo medico e per un lungo periodo di tempo, nel tentativo di ridurre i costi correlati al ricovero ospedaliero dei malati si stanno diffondendo sistemi di cura e di assistenza domiciliare  . I servizi sociali forniti da strutture sanitarie pubbliche e da associazioni di volontariato (come LILA e ANLAIDS) cercano, inoltre, di fornire ai malati di AIDS un sostegno morale e materiale durante il decorso della malattia.

CENNI STORICI  
I primi casi di AIDS furono osservati all'inizio degli anni Ottanta: si trattava di decessi di maschi omosessuali, peraltro sani, vittime di infezioni che, in precedenza, erano state osservate soprattutto in pazienti che avevano subito trapianti e, per limitare il pericolo del rigetto dell'organo trapiantato (Vedi trapianto), erano stati sottoposti a terapie immunosoppressive, cioè alla somministrazione di farmaci che rendono le naturali difese del corpo meno aggressive nei confronti di agenti estranei.
Nel 1983 il medico e virologo francese Luc Montaigner e altri scienziati dell’Institut Pasteur di Parigi isolarono, dal linfonodo di un uomo a rischio di sviluppare l'AIDS, quello che sembrava essere un nuovo retrovirus umano. Poco tempo dopo, sia il gruppo del medico statunitense Robert Gallo al National Cancer Institute di Bethesda, nel Maryland, sia il gruppo guidato da Jay Levy all'Università della California a San Francisco, isolarono un retrovirus da persone infette dal virus ma non malate (denominate sieropositive) e da pazienti con AIDS conclamata (ovvero, che manifestavano già il quadro clinico della sindrome). Tutti e tre i gruppi avevano così isolato quello che oggi è noto come HIV.

 

L’HIV Sintomi

L’HIV(cioè il virus dell’immunodeficienza umana acquisita) è il virus che causa l’AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita da Acquired Immune Deficiency Syndrome). L’infezione da HIV indebolisce progressivamente le difese naturali dell’organismo e, generalmente, si diffonde attraverso i rapporti sessuali non protetti (cioè avvenuti senza profilattico) con una persona infetta, oppure attraverso l’uso di aghi da siringa contaminati. Il virus può anche essere trasmesso da una madre infetta al figlio durante la gravidanza e attraverso una trasfusione di sangue o di emoderivati proveniente da un donatore infetto.  

Quando l’infezione da HIV raggiunge uno stadio avanzato e il sistema immunitario della persona colpita non è più in grado di difendersi da determinate malattie, si dice che questa persona ha l’AIDS. Chi risulta positivo al test specifico viene definito sieropositivo all’HIV, ma non per questo significa che sia malato di AIDS.  

 Esistono diverse misure precauzionali che si possono prendere per evitare il contagio da HIV: Utilizzate sempre profilattici in lattice con lubrificante spermicida contenente nonossinolo-9. Scegliete come partner sessuale una persona che abbia solo voi come partner. Non assumete mai droghe per via endovenosa. Non abbinate mai l’attività sessuale ad alcolici o ad altre droghe. Se pensate di essere stati contagiati dall’HIV consultate il medico o contattate il reparto malattie infettive del vostro ospedale. Per sapere subito se siete stati contagiati potete chiedere di essere sottoposti a un’analisi del sangue: in caso affermativo, potrete avviare una precoce terapia medica. L’AIDS, o sindrome da immunodeficienza acquisita, è una malattia infettiva trasmessa da un virus (il virus dell’immunodeficienza dell’uomo o HIV). Questo virus distrugge alcuni tipi di globuli bianchi e rende il sistema immunitario del soggetto infetto meno attivo e resistente a diverse infezioni e ad alcune forme di cancro. L’AIDS è stato osservato per la prima volta nel 1981, negli Stati Uniti: era una malattia che colpiva gli omosessuali maschi della California e di New York; due anni dopo, si è scoperto che la causa era un virus (conosciuto, ora, in tutto il mondo come HIV) che era stato identificato da due gruppi di ricerca in Francia e negli Stati Uniti. L’origine del virus rimane tuttora sconosciuta, ma la ricerca ha stabilito che l’inizio del contagio risale al principio degli anni ’70 (se non addirittura prima). Negli anni ’80, la malattia si è velocemente propagata negli Stati Uniti, in Europa e in Africa e, verso la fine di quegli anni, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registrato più di 250.000 casi; di questi, più della metà proveniva dalle Americhe. Attualmente, in alcune zone dell’Africa, un soggetto su dieci adulti risulta essere infetto. Il virus HIV si moltiplica all’interno di un tipo di globulo bianco, il linfocita CD4 o cellula T-helper; quando il virus penetra in una di queste cellule, si appropria del materiale del nucleo e lo utilizza per produrre altre particelle virali. La cellula, quindi, muore e le nuove particelle virali vengono rilasciate ed immesse in circolo in modo da infettare altre cellule CD4. Lentamente, il numero di cellule CD4 presenti nel sangue diminuisce e, quando ciò accade, il soggetto infetto diventa più sensibile alle infezioni e ad alcune forme tumorali che, seppure di rado, colpiscono esclusivamente le persone non infette dal virus dell’HIV. L’attenzione per questa malattia si è focalizzata proprio quando si è compreso che il fenomeno appena menzionato riguardava soprattutto i maschi giovani. L’HIV si trasmette soprattutto con i rapporti sessuali, vaginali e anali. È possibile che il virus dell’AIDS sia trasmesso a una donna durante un procedimento d’inseminazione artificiale con sperma infetto e che, quindi, anche il feto rimanga contagiato. Ora, però, lo sperma donato viene sottoposto all’esame per la ricerca degli anticorpi dell’HIV, mentre ai soggetti appartenenti ai gruppi a rischio viene chiesto di non donare sperma. Al pari dell’epatite e della sifilide, anche il virus dell’HIV può essere trasmesso con il sangue e i suoi derivati. Queste tre malattie, infatti, possono essere diffuse con la trasfusione di sangue infetto o con l’uso promiscuo di una siringa e di un ago per iniettarsi la droga. In tutto il mondo, però, l’AIDS e l’infezione da HIV si propagano più facilmente attraverso il contatto sessuale tra eterosessuali. In Europa e negli Stati Uniti, queste due infezioni sono, proprio come l’epatite B e C, più comuni tra gli omosessuali maschi e i tossicodipendenti che condividono l’uso di siringhe e aghi. L’incidenza dell’HIV è alta tra coloro che si prostituiscono, sia maschi sia femmine. Verso la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, molte persone sono state inconsapevolmente contagiate dall’HIV perché avevano ricevuto trasfusioni di sangue o emoderivati infetti. Un gruppo di soggetti a rischio era rappresentato da emofiliaci (perché necessitano di continue trasfusioni di emoderivati) e pazienti che si dovevano sottoporre a interventi chirurgici che richiedevano trasfusioni di sangue. Nella maggior parte dei Paesi occidentali, questo rischio è praticamente scomparso perché il sangue e i suoi derivati sono regolarmente sottoposti a esami e trattamenti per evitare che le infezioni si trasmettano proprio in questo modo. 

L’AIDS non si diffonde vivendo in comune (come vivere nella stessa casa, lavorare gomito a gomito, assistere o baciare un portatore della malattia) e nemmeno attraverso gli insetti che succhiano il sangue (come le zanzare). Quali sono i sintomi? Quando avviene il contagio, molti soggetti non mostrano alcun sintomo, altri invece manifestano una lieve malattia febbrile simile alla mononucleosi,(mal di gola) infettiva con febbre alta e ghiandole ingrossate. A volte, il virus può far sorgere i sintomi della meningite, ma scompaiono senza alcun trattamento in poche settimane. Alcuni soggetti contagiati dall’HIV sono rimasti sani anche per 10 anni e a tutt’oggi non mostrano alcun segno della malattia; tuttavia, dopo questo periodo, circa il 75% degli infetti ha sviluppato qualche sintomo. Il primo sintomo più comune è un rigonfiamento persistente delle ghiandole linfatiche, soprattutto nella parte posteriore del collo e sotto le braccia. Questo stato viene chiamato linfoadenopatia persistente generalizzata (LPG): i soggetti che ne sono affetti possono comunque rimanere in buona salute. Conseguentemente, i soggetti con o senza LPG possono perdere peso, sviluppare febbre, diarrea o candida (mughetto) del cavo orale. Questo insieme d’infezioni si chiama ARC (AIDS-related complex), o quadro sintomatologico correlato all’AIDS, e i soggetti che ne sono colpiti appartengono a un gruppo che può sviluppare l’AIDS nel volgere di 1 anno. L’AIDS è la presenza di una o più malattie in un soggetto portatore di HIV la cui sieropositività sia stata dimostrata da esami di laboratorio. Queste malattie includono infezioni batteriche, virali, fungine e protozoarie molto rare, un tumore della pelle chiamato sarcoma di Kaposi (che genera delle chiazze rossastre e non dolenti sul viso, sugli arti e sul tronco), alcune forme di cancro linfatico e un tipo particolare di polmonite provocata da un organismo chiamato Pneumocystis carinii. L’infezione da HIV nel sistema nervoso può portare a una demenza progressiva, ma i soggetti affetti da AIDS possono anche sviluppare la meningite a causa di un organismo come il fungo Cryptococcus. Attualmente ci sono alcuni individui affetti da HIV si ammalino improvvisamente mentre altri, apparentemente, siano in buone condizioni di salute. Il controllo protratto nel tempo dei soggetti contagiati negli anni ’70 ha dimostrato che alcuni di essi non si sono ammalati. Una volta che il numero dei CD4 è diminuito considerevolmente, tuttavia, la progressione della malattia sembra inevitabile a meno che non vengano somministrati dei farmaci. Finora, tutti i soggetti che hanno sviluppato l’AIDS sono morti in pochi anni. Se pensate di essere stati contagiati dal virus dell’HIV, sottopontevi a un esame del sangue per avere la conferma o la smentita dei vostri dubbi (vedi Test per l’HIV). Un risultato positivo verrà riconfermato, per maggiore sicurezza, da altre analisi, mentre si può ottenere un risultato negativo se l’infezione è molto recente (è meglio eseguire il test 3 mesi dopo il probabile contagio). Se il contatto con l’HIV è certo, è necessario ripetere il test dopo 6 mesi. Poche settimane dopo l’infezione, l’organismo inizia a produrre gli anticorpi contro il virus, anticorpi che si diffondono nel sangue Chi ha sviluppato gli anticorpi contro il virus dell’HIV viene definito “positivo all’HIV” o “sieropositivo” Prima di decidere di fare le analisi del sangue, è meglio farsi consigliare da un medico o da un esperto sull’AIDS, perché un risultato positivo ha conseguenze psicologiche importanti. Un test positivo dimostra che siete stati contagiati dal virus, ma non significa che svilupperete l’AIDS o altre malattie associate all’AIDS stesso; significa, però, che potrete contagiare altre persone e, per evitarlo è consigliabile praticare il sesso “sicuro” (vedi Sesso sicuro e sesso a rischio), ridurre cioè il numero dei vostri partner e usare sempre il preservativo durante un rapporto sessuale penetrativo. Per una maggiore protezione potete utilizzare sempre una crema spermicida, perché sembra che le sostanze chimiche in essa contenute siano in grado di rendere inattivo il virus. Se avete avuto rapporti sessuali o avete condiviso l’ago di una siringa con qualcuno che poi scoprite essere sieropositivo, non significa certo che lo siate diventati anche voi. Il rischio di contagiarsi con l’HIV durante un solo rapporto sessuale è ridotto; al contrario, rapporti sessuali ripetuti portano quasi certamente all’infezione. Se le vostre condizioni di salute sono buone 4 o 6 mesi dopo il rapporto sessuale con la persona infetta e risultate sieronegativi, non c’è motivo di preoccuparsi. Qual è la terapia da adottare? La ricerca sta facendo sforzi enormi per trovare la terapia per l’AIDS o un vaccino contro l’HIV attraverso l’analisi di molte sostanze. Al momento, sono disponibili due tipi di trattamento: il primo rallenta la progressione dell’infezione, il secondo combatte le complicazioni dell’AIDS e dei disturbi ad esso correlati. Il primo farmaco che ha dimostrato di essere in grado di rallentare la moltiplicazione del virus è stato la zidovudina (AZT): gli studi in corso mirano a determinare quale sia il momento più appropriato per iniziare il trattamento. Gli effetti collaterali dell’AZT sono poco piacevoli e potenzialmente pericolosi, di conseguenza i medici sono riluttanti a somministrarlo a soggetti che non mostrano i sintomi dell’infezione da HIV; molti esperti, tuttavia, ritengono che quanto prima viene somministrato il farmaco, tanto più efficaci saranno gli effetti a lungo termine. Per coloro che iniziano il trattamento antivirale, sarebbe meglio associare l’AZT ad altri farmaci antivirali, quali la dideossinosina (ddi) o la dideossicitosina (ddc), perché tali combinazioni offrono effetti prolungati rispetto al solo AZT e, in certi casi, riescono a tenere sotto controllo la malattia. Le infezioni e i tumori che si sviluppano nei soggetti affetti da AIDS sono curabili. Le lesioni cutanee del sarcoma di Kaposi, per esempio, rispondono molto bene al trattamento radioterapico e molte altre infezioni tipiche dell’AIDS rispondono a farmaci antibiotici e antivirali. Ai soggetti affetti da AIDS viene anche somministrato un trattamento preventivo contro la polmonite da Pneumocisti (vedi Polmonite). Sembra che l’associazione tra farmaci antivirali e trattamento sintomatico stia consistentemente allungando la vita dei soggetti con infezione da HIV. 

Una domanda che ancora non ha trovato risposta è se il trattamento con l’AZT debba essere iniziato immediatamente nei soggetti che si sono esposti al contagio del virus (attraverso il contatto con sangue contaminato, a causa di una violenza sessuale, ecc.). Questo trattamento e molti altri sono oggetto di studio in una serie di continue sperimentazioni cliniche

 

Per informazioni scrivete a :mailto:info@emofilici.com  Copyright © 2002 [www.emofilici.com]  Questo sito è stato ideato, progettato  è realizzato da un emofilico per la divulgazione della malattia, quindi non è un sito scientifico ma, solo informativo.